Per essere un’appassionata di profumeria artistica mi considero onestamente abbastanza elastica. Se non capite di cosa sto parlando non siete mai stati su una pagina Reddit o di Facebook (esatto meglio così) a leggere discussioni su riformulazioni, materie prime, il fiore bianco più indolico, l’oud più stallico. Non mi dispiace anteporre, per divertimento e coscientemente, stile a qualità  e, come ripeto dall’inizio del progetto Scentlist, sono per tanti versi una grande fan di questo rinascimento della profumeria artistica, dell’interesse al di fuori della nicchia e di chi ne parla da cultore, come me alla fine. E’ come quando il tuo gruppo preferito diventa mainstream. C’è chi si irrita e chi è contento di ascoltarlo in giro, ecco. Ma c’è un MA. Un Pet Peeve, if you will, che mi unisce alla prima cerchia: sempre più giovani appassionati in erba liquidano aldeidi e floreali ambrati etichettandoli come “profumi da vecchia” (rude!), magari correndo frettolosamente verso note più familiari come skin scent o gourmand, senza più guardarsi indietro. Perché questa percezione? Perché questo è quello che va di moda ora, e perché gli aldeidi ed i floreali ambrati erano quello che andava di moda ai tempi delle nostre madri…o nonne. Ma sapete cosa ritorna sempre? Esatto, i trend. E saprete cosa probabilmente saprà di âgée tra 30 anni? Esatto, i nostri amati gourmand, i Baccarat e Intense Cafè. Che noia questo tabù. Trovo sempre incredibile classe e personalità in una tuberosa senza paura o un tabacco secco, che non si nasconde dietro mieli. Ammiro una piramide alta così di spezie anni 70 come ammiro un paio di pantaloni Etro della stessa epoca. Ci sono nonne molto più stilose di tante pagine di stile tutte uguali, boccetta Byredo nella foto estetica in bagno compresa. Questa non vuole essere shade (perchè, come al solito, mi rivedo da entrambe le parti) bensì un invito ad esplorare senza pregiudizi o trend da seguire, forgiando un proprio stile, educando il proprio naso. Come abbiamo imparato a fare con moda, musica e cucina d’altronde. Perchè trascurare il naso?

Di seguito, sette profumi “da sciura” iconici.

Pay respect to your elders!

 

Chanel N°5

Chanel

Come vedremo in altri casi della lista, al contrario di quello che si può immaginare, questo non è stato un classico immediato. Per quanto ora possa sembrarci simbolo di eleganza senza tempo, Chanel era una bastian contraria, una che non voleva far le cose come le facevano gli altri. Ed in un epoca dove i profumi erano elaboratissime boccette al limite del buffo con dentro liquidi che richiamavano semplicemente fiori in ogni forma, lei disse: non voglio che il mio profumo ricordi nient’altro, ne’ rose, ne’, Dio me ne scampi, mughetti bucolici. Voglio che nulla emerga distintamente, voglio che sappia solo di…Chanel. E femminilità. Riuscite a immaginare quanto potesse essere innovativo un pensiero del genere negli anni ’20? E così, grazie all’overdose di aldeidi diventata poi con il tempo marchio di fabbrica del brand, nacque il N.5, con la sua boccetta minimale, il tappo a forma di diamante che richiamava piazza Vendôme a Parigi, ed il suo allure diventato ora quasi un cliché, un oggetto che ormai può essere comprato come un souvenir, un simbolo. Se non ci fosse stata lei a pensare oltre al concetto di “acqua di fiori” del tempo, qualcuno sicuramente ci sarebbe arrivato prima o poi ma la storia sarebbe andata diversamente, perché la sua influenza si sente ancora adesso. Ora ne esistono mille versioni tra cui l’eau, uscita per parlare ad un pubblico più giovane, ma a me i craving vengono per lui. 

 Come mi diceva un amico che ha un modernissimo negozio di profumeria naturale a Brescia, Rawness: in questa epoca abbiamo fatto il giro e profumatamente parlando ora non c’è niente di più sovversivo che tre gocce di Chanel N.5 tra i capelli. 

 

Fracas

Robert Piguet

 

 

Ci spostiamo in un territorio diametralmente opposto a quello che abbiamo appena esplorato: Fracas, ideato nel 1948 da Germaine Cellier per Robert Piguet. Per gli addetti ai lavori è iconico quanto il primo, ed è pratica comune considerarlo la tuberosa più bella mai creata in profumeria (almeno nelle sue prime formulazioni – ma ci addentreremmo in un topic che sta meglio nei post di Reddit e Facebook citati nell’intro). I migliori nasi in circolazione han tentato di omaggiarla e ricrearla e non c’è stato un angolo Vanity di una qualunque star e starlette di Hollywood che non ne abbia ospitato almeno un flacone, da Rita Hayworth alla Monroe (che si, indossava altri profumi oltre a Chanel) ma anche odierne, da Martha Stewart a Courtney Love passando per la sua fan più conclamata, Madonna, che l’ha anche emulato nel suo profumo omonimo, pensa te. E’ risaputo che Ropion, con il suo ormai iconico Carnal Flower per Malle, abbia voluto fare una sua versione di Fracas. Ma perché tutto questo clamore? Pare che la concentrazione originale di tuberosa contenuta al suo interno fosse intensa ai limiti dell’illegale. Accompagnata da gelsomino, è un’esplosione quasi letterale di fiori bianchi assolutamente impareggiabile, riconoscibile da metri di distanza, quel tipo di profumo che non puoi indossare se sei una persona timida. Ai tempi si dice che fosse anche altamente afrodisiaco. Il mio unico problema è che è la firma di una delle migliori amiche di mia nonna. Non è un problema in realtà perché si tratta di un personaggio pazzesco che mi ha aiutato a identificare alla perfezione la donna Fracas, e sappiate che nulla di quel che vi sto per raccontare è stato romanzato: 1.90 di donna con un casco quasi afro di capelli rossi naturali in testa, sottile come un giunco, risata tonante, perennemente in tacco stiletto e vestita di nero, come perenne era la sigaretta con bocchino (un bocchino! l’unico altro personaggio che avevo visto con una cosa del genere in mano era Crudelia Demon) nero lucido tra le dita. E sapeva di Fracas. Che imprinting di stile. Non potevo competere, e ho scelto di rendere mio la sua versione più leggera e fruttata, Petit Fracas. Ma magari, un giorno, chissà. 

 

Shalimar

Guerlain

Ecco, senza nulla togliere ai profumi di cui parlerò dopo, con i due qui sopra e lui si potrebbe benissimo creare una trinità delle personalità (prepotenti) che servono nelle varie situazioni e continuare così a vita, senza cambiare mai. Abbiamo IL profumo, Chanel N.5, che non sa di niente se non se’ stresso -IL floreale, Fracas, per stordire (letteralmente) e rapire. E l’ambrato. Per eccellenza. Che poi ambrato in senso letterale non è, ma questo è il termine ufficialmente corretto dopo aver mandato in pensione l’eurocentrico “orientale”. Tutto più che giusto anzi son la prima a spingere, ma “Speziato” pareva brutto? Chiedo, eh. Ad ogni modo, Shalimar. Creato nel 1925 da nientepopòdimeno che Jacques Guerlain, come N.5 non è diventato immediatamente il sinonimo di profumeria tradizionale che è adesso, anzi: nonostante pare che a Guerlain questa fama non andasse a genio, è stato subito adottato dalle bad bitches dell’epoca: le flappers. Non immaginatevi le storielline di donne in bianco e nero che ballano modeste ridacchiando tra loro come scolarette, la storia ed il cinema le hanno edulcorate non poco. Immorali, superficiali, impudenti e temerarie, amavano ballare, bere, drogarsi e…indossare Shalimar. Me le immagino in piccoli fumosi Cafe di Parigi mentre si apprestano a tornare nei loro appartamentini sottotetto che si spartiscono tra amiche in una St Germain pre-radical chic camminando abbracciate profumando di ambra talcata, resine ombrose e vaniglia smoky. Cosa darei per sentire quella formulazione. E noi vogliamo lasciarcelo per dopo una certa? Giammai. 

 

White Linen

Estee Lauder

Fate un bel salto temporale con me: 1978, esce White Linen per Estee Lauder. Avrei forse, tecnicamente, dovuto scegliere Youth Dew ovvero il classico tra i classici del brand del 1953 ma volevo mostrare come vintage non significhi sempre per forza profumo pieno speziato – qui il mood è aria fresca, ma a’la anni ’80. L’idea che mi son fatta di questo profumo è che abbiano voluto ispirarsi al pulito (come può essere oggi un Blanche di Byredo) con i mezzi ed il gusto che avevano in quell’epoca: Laudry sì, ma a stendere ci sono giacche di jeans scolorite con spalline esagerate, fuseaux e felpe dai toni freddi e troppo accesi. Anche qui, come in N.5 ma anche come in Blanche, la differenza la fanno gli aldeidi, ma in nessuno dei casi si somigliano: se nel primo è un overdose da saponetta di lusso e in Blanche un richiamo praticamente letterale al bucato, in White linen sono quasi frizzantini (poco, giusto due bollicine -think Ferrarelle più che Perrier), usati per elevare e sbiancare le note fiorite tirate a lucido che compongono il resto della piramide. Cosa lo accomuna con gli altri profumi in lista? La sua capacità di essere percepito a miglia e miglia ed il suo allure dalla zia che vorrei essere: stilosa e rassicurante. Una Jamie Lee Curtis che fa il bucato nel giardino sul retro, insomma. 

 

Tabac Blond

Caron

Ed eccoci al mio primo trauma olfattivo. Eheh. Scherzo. Circa. Ho parlato più e più volte del libro che ha contribuito a farmi appassionare alla profumeria artistica, The Goddess Guide, praticamente un blog ante litteram. Era un unico capitolo di poche pagine, quello sui profumi, ma tanto è bastato. Venivano descritti principalmente due creazioni: Carnal Flower di Malle (eh!) e Tabac Blond di Caron. Il primo mi sconvolse, venivo dalla profumeria commerciale e non avevo mai annusato niente del genere:  decisi che sarebbe stato il profumo che mi sarei regalata per il mio primo lavoro “importante”. Spoiler avevo 18 anni e la cosa avvenne solo 10 anni dopo, quando ormai collezionavo di tutto, ma mantenni la promessa a me stessa ed il profumo comunque andai a comprarlo in boutique a Parigi con il mio socio ed il nostro DP. Per il secondo dunque immaginerete che le aspettative erano alte. Lei l’aveva descritto come il profumo seduttivo per eccellenza. Sì è vero, parlava di cuoio, cedro e vetyver, note intimidanti e ben distanti dai caramelli e le vaniglie che mi attiravano all’epoca, ma io volevo essere la donna che descriveva e mi fidai comunque. Inutile dire che una volta provato quasi tossii, zittendomi subito tramortita, ringraziando sottovoce la commessa come una ragazzino che prova un bong per la prima volta facendo finta che sia la decima. Ora, finalmente, posso godermelo in tutta la sua divina, spietata, provocante bellezza. Nelle mie ricerchine ho scoperto che compare all’inizio di Butterflied 8, film per cui Elizabeth Taylor ha vinto il suo primo Oscar e che io ho abbastanza detestato ma focalizziamoci per il momento sul perchè l’ho citato: il suo personaggio, Gloria, è una bellissima donna tormentata, iper sessuale (izzata) che gira per un appartamento che non è suo, curiosando nel (meraviglioso) bagno di un’altra: scopre che l’uomo con cui è stata l’ha pagata. Ruberà una pelliccia di visone bianco e indovina che profumo sceglierà di mettere? Esatto, Tabac Blond. Subito prima di scrivere “non sono in vendita” con il rossetto sullo specchio. Iconica. Chapeau al product placement di Caron. 

 

Diorissimo

Dior

 

 

 Il mughetto era il fiore preferito di Monsieur Dior, che addirittura per scaramanzia se ne faceva cucire uno stelo all’interno del completo il giorno stesso di ogni sfilata. Comparve figurativamente per la prima volta nella sfilata Spring-Summer del 1954, chiamata proprio la collezione Muguet, ed è ormai il fiore simbolo della maison. Il naso della versione originale era nientepopodimeno che Edmond Roudnitska, che venne giustamente elogiato in quanto l’essenza del mughetto, il fiore appunto al centro del profumo, non era estraibile fisicamente ma lui riuscì a ricrearla alla perfezione utilizzando altri fiori e sostanze aromatiche. Se nel caso di Chanel è geniale che abbiano pensato ad ottenere qualcosa di indefinibile da diverse note definite, qui è stato fatto esattamente il contrario. In entrambi i casi si tratta di una vera e propria arte. Questo tenero, delizioso profumo per me è un po’ un ossimoro: da un lato forse quello che al naso potrebbe essere percepito come il più “fresco” di tutta la lista, dall’altro mi ricorda qualcosa di ancora più nostalgico di tutti gli altri. Il suo essere, almeno nella versione odierna, praticamente un mughetto soliflore con una puntina squillante di gelsomino, mi riporta subito alla mente adorabili mutandoni bloomers a sbuffo e secchi di legno pieni di latte in aperta campagna. E’ Doris Day in un film in costume (think: Calamity Jane) o Shirley McLaine con le lentiggini (think: What a Way To Go). Sì, oggi me la sento cinefila. 

 

Opium

Yves Saint Laurent

 

Sono tutti pezzi di storia quelli di questo articolo ma qua concludiamo proprio in bellezza. Lui, come N.5, è un’altro dei miei punti deboli, nel senso che quando ne sento parlare male non posso fare a meno di sentirmi *triggered*. Lo ammetto.

Parliamo spesso e giustamente delle influenze innegabili della profumeria di nicchia sulla commerciale ma poco (almeno qui, forse, errore mio) di quando succede il contrario, anzi meglio: di quando un profumo commerciale smuove l’intero sistema. Opium, come N.5, come Shalimar, è uno di questi. Con un passato tra il problematico ed il trasgressivo “Opium” si riferisce alle sale dell’oppio cinesi, fenomeno che la moda dei tempi, in tutta la sua superficialità e fascinazione occidentale, non è riuscita a non romanticizzare. Chiariamoci, YSL non è stato ne’ il primo ne’ l’ultimo, è una questione che va avanti letteralmente dalla creazione della couture con Paul Poiret e ha portato, come spesso accade, sia bene che male. Insomma, una situazione complessa. Da un lato si tratta di un esempio lampante di orientalismo (se state già alzando gli occhi vi consiglio l’omonimo libro di Edward W. Said), dall’altra è innegabile il suo impatto sulla storia del profumo ma anche della moda (le sue campagne nel corso dei decenni, quanto a splendore, per me se la giocano solo con quelle di Chanel N.5) -nonchè la sua imprescindibile bellezza. Tenendo conto che quella che sentiamo ora è praticamente una riformulazione all’acqua di rosa di quello che è stato (cosa che purtroppo vale un po’ per tutti, le regolamentazioni della profumeria sono in continua evoluzione e ci si adegua), ci troviamo davvero di fronte ad un mito: è una creazione che si potrebbe definire incentrata su mirra e patchouli. La sua è una scia sontuosa, densa, impegnativa, speziata e…matura, diamine! Un carattere che ormai raramente qualcuno osa mostrare nella profumeria commerciale, schiava del sogno ed in un lampo spettro della perenne giovinezza. Ovviamente femminile.

Ed in un mondo che ci vuole perennemente ridimensionate, infantilizzate, tartassate da continui input sul ridurci (in tutti i sensi), cristallizzate, ringiovanite: che brividino di potere… embracing the sciura.